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La Repubblica

(13/03/2018)

Due uomini e una Roma, basta un gol per farcela

Riducendo all’osso quelle questioni esistenziali che a Roma possono diventare più grandi e pericolose perfino delle buche stradali che circondano Fort Trigoria potremmo dire che stasera alla Roma serviranno sostanzialmente due cose minimali, ma vitali: fare un gol ed evitare di prenderne uno a sua volta. Si porti dunque a termine all’Olimpico l’operazione nella sua essenzialità contro l’infido Shakhtar Donetsk, club brasiliano d’Ucraina, e la Roma potrà sciogliersi nella solenne celebrazione della riconquista dei quarti di finale di Champions dopo 10 anni. Correva l’anno 2007-2008, la Roma spallettiana eliminò agli ottavi il Real di Raul e poi ai quarti s’arrese al Manchester Utd di Rooney e Ronaldo. Detto che allo sfacciato Di Francesco piacerebbe “andare anche più in là” del mero ma fondamentale traguardo volante di stasera, servono dunque un bel centravanti e un bel portiere.

E il più, se Edin Dzeko ed Alisson Ramses Becker anche solo continuassero a fare il lavoro compiuto finora, sarebbe addirittura già fatto. La congiunzione astrale, ma soprattutto la metodicità e la pazienza da Geppetto dell’allenatore, ha fatto sì che alla notte delle notti Dzeko e Alisson arrivino al massimo del vigore. La Roma di stasera infatti partirà da loro: Alisson – Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov – Nainggolan, De Rossi, Strootman – Ünder, Dzeko, Perotti. Dzeko è un assurdo matematico. Già venduto per 30 milioni dopo esser stato spremuto e aver indispettito tutti per i gol sbagliati a porta vuota, il croato di ghiaccio è diventato il salvatore della Roma con i due gol al Napoli.
 
Pesanti in campionato quanto quelli al Chelsea in Champions. Il bilancio parla di 16 gol, 23 al di sotto dell’eccezionale totale dello scorso anno. Ma comunque in risalita. Fosse stato ceduto la Roma sarebbe rimasta con l’impalpabilità di Schick, ormai depresso dal confronto. Come ogni allenatore che si rispetti Di Francesco parla di gioco e di collettivo e poi gli basta che il pivot croato azzecchi semplicemente un colpo di testa lassù per far fuori lo Shakhtar di Zorro Fonseca. Il fatto invece che il brasiliano Alisson Becker sia da tempo ormai sempre il migliore in campo è dato infido. Vuol dire che la Roma ha un grande portiere, forse il migliore, ma anche che rischia troppo. La Lega di A ha contato finora 100 parate tonde di Alisson, dato che avvicina la Roma più alle piccole che alle grandi (Juve 56, Napoli 57, Atalanta 63, Milan 70, Inter 74). Alisson è perfettamente inserito nella schiatta dei grandi portieri brasiliani in Italia, da Julio Cesar a Dida, da Taffarel a Doni. Non solo non ha fatto rimpiangere Szczesny, anzi, ma rappresenta, nella logica del calcio d’oggi, una straordinaria plusvalenza.

Pagato da Sabatini 8 milioni a rate all’Internacional di Porto Alegre, ne vale adesso (contratto fino al 2021) almeno 45. Ma nessuno ora potrebbe stabilirne il prezzo soprattutto se lo comprasse un club inglese. Dal Liverpool al Napoli le voci impazzano, lo vogliano tutti. Pare che nei negozi ufficiali la sua maglia celeste fosforescente non si trovi e che addirittura non sia in produzione, anche con un certo dispiacere di lui. I taroccatori, felici, ovviamente hanno già colmato il buco.

F. Bocca


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