Quanto è stata difficile la settimana?
"Ho dovuto subire tutto l'impatto mediatico. Per noi l'alibi è zero: domani dobbiamo giocare una gara, siamo in un percorso vicino al rush finale. Sarà più importante per noi che per loro. Ho cercato di spostare il focus sul campo senza dare alibi o creare danno all'ambiente: era il mio obiettivo. Ora giochiamo e vediamo".
Per tanti giocatori il recupero è stato problematico, l'ultimo caso è stato Wesley. C'è un problema con lo staff medico?
"Sì, a volte è motivo di discussioni interne: nel caso di Wesley, lui si sente di poter giocare però lo staff considera che invece ci sono dei rischi da non voler correre. Questo porta a discussioni, ma da qui a quello che dice lei ce ne passa. Wesley vuole giocare, ma dall'altra parte si frena. Vedremo, io mi sono sempre attenuto alle indicazioni mediche: io dipendo dall'ok medico, come tutti gli allenatori".
Quanto è successo può influenzare la mente della squadra?
"Zero. Nessun alibi. Anzi, magari è anche un po' di benzina in più. Forse il tifo sosterrà ancora più la squadra".
Si sente più vicino a rimanere o più lontano dalla Roma?
"Lei continua a chiedere altre cose, io parlo di calcio. Faccia altre domande. Le rispondo solo sulla gara di domani, altrimenti ho chiuso".
In attacco sembrano sicuri Soulé e Malen, con il dubbio a sinistra: qualche indicazione di formazione?
"Sono quelle che si sanno, a parte i calciatori in recupero. Abbiamo perso Pellegrini, è un peccato. La rosa è definita. C'è il problema di Pisilli, ma sembra aver recuperato: vediamo oggi".
L'arrivo o no in Champions può orientare le decisioni a fine stagione?
"Questo lo deve chiedere alla società, che è stata molto chiara. Anche Ranieri. Io ho sempre pensato che con poco eravamo vicini all'obiettivo: perciò ho sempre spinto in quella direzione, per arrivarci subito. Di solito funziona al contrario. Io pensavo da subito che fosse possibile il quarto posto. Ho sempre voluto rafforzare la squadra, non avevo lamentele personali. Poi, a dicembre/gennaio sono iniziati gli infortuni. Però, ho sempre pensato che così, con qualche idea in più, potevamo avere chances. Ma questo rientra nelle dinamiche aziendali. Con Ranieri non ci sono mai stati toni aggressivi in realtà. Domani giochiamo, siamo convinti che battendo una squadra forte, perché quello è, con una grande rosa andiamo oltre un limite: un po' come gestivo le gare con la Roma ai tempi dell'Atalanta. Se la battiamo, meritiamo la Champions. Ci sono delle squadre che sono sopra, che sono un passo più avanti a noi, però il nostro è un parametro che mi sono sempre creato. Con l'Atalanta è così. La vedo in questo modo".
Cosa manca per il quarto posto e cosa la preoccupa?
"Non ho parlato di mancanze, ma di voglia di migliorare. Sono stato chiamato qui per sviluppare la squadra con le mie idee, senza altri sconfini. La mia intenzione è sempre stata quella di migliorare senza aspettare troppo se possibile. Magari, senza infortuni era più agevole, ma ci proviamo. L'obiettivo resta quello".
Cosa pensa dell'Atalanta di Palladino? C'è stata qualche frizione con lui?
"Raffaele lo conosco che aveva 17 anni, l'ho allenato in Primavera e a Genova. Quando ha iniziato al Monza, veniva spesso a vedermi a Bergamo. Poi, in campo è normale. Quando finiscono i 90 minuti è tutto diverso. Il calcio è così, purtroppo l'agonismo è fatto anche di certe dinamiche. Io so di affrontare una squadra forte: ho lasciato la Champions e un anno di contratto perché pensavo di non poter fare altro di più di quanto fatto. Sono venuto a Roma perché per me era una possibilità straordinaria: sono contento. Sono stato 8 anni a Genova, 9 a Bergamo: forse non sono una persona così brutta. Certo, nel tempo qualche frizione può capitare, ma in tanti anni mai più di 5/6. Ma invece dei lati positivi quanti ce ne sono in così tanto tempo? Centinaia. Ho fatto questa scelta perché, per me, la proprietà non era più Percassi e non c'era la stessa considerazione nei miei confronti".
Si sente di poter alzare l'asticella?
"Sono venuto per quello, poi si vedrà. Ho fatto una scelta perché ritenevo Roma una piazza gratificante. Ora ce la giochiamo".
Domani sarà più fattibile rubare palla alti o la costruzione dal basso?
"Due squadre simili. Ci sono dei dettagli: all'andata inizialmente è stata una buona gara, poi abbiamo sofferto un po'. Sono due squadre equilibrate, che si conoscono. Lì c'è un nucleo straordinario, ma io so che i miei ragazzi hanno avuto grande spirito. Sarà una bella gara. Mi piace parlare di questo tipo di scontro. Sono convinto che il tifo ci darà ancora più una mano: non è decisiva se la vinci, forse se la perdi sì, ma comunque ti fa alzare le chances. La squadra deve pensare alla partita: mi dispiace, anche la gente dovrebbe farlo".
C'è qualcosa che ruberebbe dall'Atalanta?
"A Roma c'è tutto, soprattutto nella squadra e nell'ambiente esterno per fare bene. Lì la società era compatta con l'ambiente e squadra: è un clima ideale. Abbiamo costruito una rosa forte nel tempo, non c'erano solo giovani valorizzati e rivenduti a cifre altissime. C'era anche capacità di operare e costruire con me una squadra con anche un nucleo forte durato anni. Poi è stato sempre integrato: è cambiata tanto, rimanendo sempre forte. A questi si aggiungo introiti da rinvestire facendo utili di anno in anno: questo era una anomalia per l'Atalanta, si giocava in Europa facendo sempre utili. Non era solo merito mio, ma anche della società a operare in sintonia con me. Poi la proprietà è cambiata, forse anche perché non c'era più il papà Percassi con il quale ero più legato (Gasperini si commuove e lascia la conferenza stampa, ndr)".