Roberto Massucci, Questore di Roma, ha rilasciato un'intervista all'edizione odierna de Il Messaggero, in cui ha trattato anche l'argomento legato al derby e alle tifoserie di Roma e Lazio. Ecco le sue parole.
Questore Massucci, l'anno scorso nelle manifestazioni sportive di Roma non ci sono stati incidenti. Un risultato storico. Dipende dal fatto che Roma è abituata a gestire situazioni estremamente complesse?
"Il nostro e un sistema molto allenato, non c'è dubbio. A Roma l'appuntamento con il grande evento, sia esso sportivo, politico, sindacale, religioso. istituzionale è praticamente quotidiano. Il nostro compito è comprendere, attraverso l'analisi del rischio, quali sono i servizi richiesti, dove andare a parare per un'attività di prevenzione. Qui lo facciamo a un livello di collaborazione istituzionale molto rodato. In nessun'altra città ci sono due Stati, ambasciate presso la Repubblica, presso la Santa Sede e presso la Fao, disseminate su un territorio dove arrivano tutti i capi di Stato e di governo. dove si fanno 1.500 manifestazioni all'anno".
Ma "zero incidenti" è il frutto del pugno duro, non di un cambio di mentalità e cultura.
"Nonostante un risultato che ci rende orgogliosi. avvertiamo i sintomi di un rischio. Il rapporto tra i club e le tifoserie è assolutamente deficitario. Non ci siamo".
Cosa manca?
"All'estero i grandi club hanno dei veri e propri dipartimenti del tifo, delle unità organizzative che si rivolgono ai tifosi per capire i loro bisogni, per semplificargli la vita quando si acquista un biglietto. O spiegare banalmente come si accede allo stadio, mettendo in campo le tecnologie che funzionano come telepass. Negli anni trascorsi all'Osservatorio nazionale, siamo andati a verificare i modelli di altri Paesi, soprattutto di federazioni molto strutturate come quella tedesca, inglese, olandese, in generale dei Paesi del Nord Europa. Rispetto a loro, le società italiane sono in ritardo. Hanno inserito obtorto collo negli organigrammi la figura del "support liaison officer" perché lo prescrivono le licenze Uefa, e non potevano farne a meno. E infatti non funzionano".
Quindi il problema non è solo la tolleranza, o addirittura la connivenza con le frange violente, ma la mancanza di attenzione per la maggioranza dei tifosi?
"Studiando i comportamenti dei supporter, ci siamo resi conto che avere un punto di riferimento dentro il club abbassa il livello delle tensioni e toglie ruolo agli ultrà. Noi invece assistiamo a società fanno da cassa di risonanza ai loro proclami. E successo il giorno del derby. La Roma, a un certo punto, dirama un comunicato per sostenere le ragioni degli ultra. Ora, ultrà non significa delinquenti, questo l'ho sempre sostenuto. Ai gruppi organizzati, quelli più appassionati, non va tolto il protagonismo, anzi va valorizzato. Ma gli ultrà non sono tutti i tifosi. E a loro non va dato il potere di decidere quando si gioca una partita. Ci siamo trovati davanti a una situazione di ordine pubblico che non era più sostenibile e che ci ha costretto a valutare una soluzione differente, che è poi quella che abbiamo adotta-to. Il derby a mezzogiorno".
Perché in Inghilterra il modello funziona e in Italia no?
"Perché in Inghilterra ci hanno investito e lo hanno fatto per un legittimo tornaconto economico. Migliorare il rapporto con i propri tifosi significa fidelizzarli, e quindi spingerli ad acquistare la maglietta del campione o il gadget. Lo stadio dell'Arsenal ha un'area merchandising di 5.000 metri quadrati. E la squadra dell'arsenale di Sua Maestà britannica, la fonderia reale dove si costruivano i cannoni che venivano montati sulle navi. Il simbolo dell'Arsenal è il cannoncino, i giocatori si chiamano i Gunners. Ma dentro lo stadio non trovi una mattonella rotta o un seggiolino divelto".
Convocherà i dirigenti di Roma e Lazio per affrontare la questione dei rapporti con le tifoserie?
"Sì, in avvicinamento al prossimo campionato, cercherò di invogliare le due società a seguire questa strada, cioè a creare una struttura articolata, vera, che gestisca i rapporti con il proprio pubblico. Prendiamola Roma: sta costruendo il nuovo stadio. Ma fatto lo stadio, vanno fatti i tifosi. Sarebbe un peccato se questa operazione destinata a rafforzare l'immagine del club venisse rovinata dai comportamenti sbagliati di alcune frange, trasformandosi in un vulnus. I ruoli devono essere ben chiari. La società non può delegare funzioni proprie a una parte della tifoseria".
A cosa si riferisce?
"All'organizzazione delle trasferte, alla vendita di gadget, a tutti quei meccanismi di autofinanziamento che portano all'appropriazione di un territorio. E quando ci si appropria di un territorio, il cui controllo è affidato agli steward e non alle forze di polizia, si alimentano condotte criminali come lo spaccio di droga. Per questo motivo, dopo un'indagine della Digos e della Procura di Roma, alla fine dello scorso campionato siamo dovuti entrare dentro lo stadio, arrestando una decina di persone".